I TUOI SGUARDI

Photo: Pixabay

I tuoi sguardi
Mi seguono
Ovunque io vada
E mi bruciano dappertutto

Quei sguardi che penetrano il corpo
Solo i tuoi sguardi
Accendono il fuoco della mia anima

Senza parole mi passi accanto
E mi sento leggera come una farfalla
Volerei via lontano verso il cielo azzurro
Ma ti porterei con me

Quando posi la tua mano sulla mia
Mi porti in Paradiso
Mi guardi e tutto il resto svanisce
Vedo solo il tuo sguardo ed ho tutto

VAI! VAI! VAI! ⬇

Photo: Pixabay

Sono a Zara, in Croazia e sono seduta in un bar dove riesco a lavorare tranquillamente e in pace tutti i giorni.

Con mio compagno Danilo vengo qui a prendere un caffè, la limonata o la spremuta di arancio e ci sediamo a volte anche per qualche ora.

C’è la wi-fi connessione a internet e così ognuno riesce a fare le ricerche online per conto suo.
Io spesso scrivo o approfitto per vedere alcuni video o leggo.

Insomma, faccio cose che mi appassionano.
Il mio compagno idem.

Di solito c’è sempre gente ma essendo un bar con una sala chiusa e una grande terrazza non è affollato e non ci si dà fastidio.

Oggi invece è domenica e sembra che la città intera sia venuta qui a prendere il caffè e a chiacchierare.

C’è solo un tavolo libero in fondo alla terrazza.

Mentre guardavo il mare, osservavo i tavoli che si riempivano più del solito.

Questa cosa mi ha fatto riflettere di quanto ho sempre cercato nella vita di seguire il flusso dei miei desideri e assolutamente non faccio quello che fanno gli altri nel momento che lo fanno gli altri.
Esempio?

Domenica si va al mare?
No! Io non trovo nessun piacere andare al mare proprio nel giorno quando ci vanno tutti.
Se non vedo il mare dalla folla, se non sento i gabbiani perché sento i bambini che gridano, se non riesco andare a prendermi qualcosa al bar perché c’è la fila della Madonna… Dov’è la magia in tutto questo?

Spesso mi succede che io e Danilo andiamo in una direzione e tutti gli altri stanno fermi sulla corsia che va nella direzione opposta.

Al supermercato decidiamo di andare alla cassa e non troviamo quasi nessuno. Un minuto dopo ci giriamo e c’è la fila di 5 metri.

Noi non lo facciamo apposta. Semplicemente la nostra vibrazione crea spesso questi momenti da tanti anni. 😍

Tutto questo mi ha fatto riflettere che la vita a Roma, alla quale stò per tornare, mi mette un po’ di ansia.

Da un po’ di tempo che non vivevamo più a Roma ci siamo abituati alla calma e all’idea di arrivare ovunque in pochi minuti.

A Roma sai solo quando parti ma non sai quando arriverai. 😂
A parte questo che porta via tanta energia a chi vive lì, ci sono i parenti e amici che non vedo l’ora di riabbracciare.

Non sò come sarà rivederli tutti e ritornare alle loro ansie con le quali li ho lasciati.

Sai quelle… “E adesso come farete?”, “E il lavoro lo avete trovato?”… e così via… ansia loro pussavia! 😂

Sono convinta che tutti dovrebbero viaggiare e tutti dovrebbero provare la vita fuori dalla casa dove sono cresciuti.
Altrimenti resteranno sempre la stessa persona, con i stessi pensieri, con i stessi problemi.

Ieri a pranzo io e Danilo abbiamo contato quante volte ci siamo trasferiti nella vita.

Lui 7 e io 9 volte.

E tu hai paura di cambiare, divtrasferirti?

Trasferimenti sono cambiamenti drastici ma basta un viaggio per smuovere la monotonia.

Viaggiare fà brillare l’anima. Viaggiare cambia il nostro mindset. Viaggiando si torna a casa più creativi. Si torna a casa più vivi! Più ricchi dentro.

Mi rendo conto che non tutti possono viaggiare, per un motivo o l’altro. A me neanche serve arrivare per forza fino alle Maldive.

Basta uscire di casa.
La gita di un giorno va bene. Un weekend 50 km da casa va bene.
Prendere il treno e allontanarsi di qualche ora. Andare a fare la passeggiata in ultra parte della tua regione.
Una giornata in una Spa.
Andare a cena con persone care.
Tutto questo mi ha fatto restare in contatto con chi sono io veramente.

Sai quei momenti quando i livelli di stress lampeggiano rosso?
Ecco quelli sono i momenti che devi fare qualsiasi cosa.

A volte viaggiavo anche da sola.
DA SOLA! Si!

E cosa mi dicevano le persone intorno a me?

“Sei scema? Non puoi andare da sola a Palermo, Venezia, Croazia…….!”

Cosa rispondevo io?
Prendevo il biglietto per il treno, il trolley e la mia macchina fotografica e partivo.

Io sentivo il desiderio di partire. Avevo assolutamente bisogno di cambiare qualcosa quando la vita diventava monotona e le scorte di speranza di vita migliore diminuivano corrose da tanto stress.

Sono fiera delle mie scelte.

Sono fiera di tutto quello che ho fatto seguendo il mio cuore.

Le scelte delle quali non sono fiera?
Quelle che ho fatto quando mi sono fatta convincere dagli altri che quello era per il mio bene.

Non lo era. Mai! Ma mi è servito anche quello. Ovviamente come lezione di seguire sempre e solo la mia intuizione.

Da bambina avevo paura della mia diversità. Mi imbarazzava lo sguardo di chi si considerava “normale”.

Oggi invece proprio quando mi sento diversa e quando agisco diversamente, vedo le persone intorno a me che mi guardano come a un aliena.

Pochi impauriti dalle mie scelte mi giudicano, gli altri mi chiedono consigli ogni volta quando arrivano in fondo di un tunnel nel quale non vedono più la luce.

E a me piace. Mi piace vedermi con gli occhi con i quali mi guardano perché sono felice di aver sempre seguito è realizzato i miei sogni.

Perché?

Perché solo con il mio esempio posso guidare anche gli altri a non fermarsi quando il cuore batte nel ritmo “Vai!.. Vai!… Vai!… Vai!…”

Lasciami un commento se anche tu fai parte di chi ha il coraggio di vivere la propria vita nonostante i “consigli” di persone intorno a te oppure ti senti ormai così tanto seppellito dallo stress che ormai hai buttato via ogni speranza.

Non vedo l’ora di leggere la tua esperienza.

Grazie di cuore

Katica

“… LA DONNA È POESIA. LA DONNA È AMORE. LA DONNA È VITA…” – Charles Bukowski

Photo: Pixabay

Qualche tempo fà sono andata alla ricerca di un o una coach focalizzato soltanto alle problematiche femminili.

Cercavo qualcuno che dicesse apertamente e chiaramente: “Ehi tu donna, eccomi qui e ti aiuterò a sciogliere tutti i nodi che sei riuscita a creare in 38 anni della tua vita!”

Invece niente di niente!

Tranne quelli che parlano di cose che non hanno effettivamente mai vissuto. Cose delle quali non portano il marchio sulla loro pelle o nel cuore.

Ho scoperto che la rete, almeno in italiano, non offre molto.

Su YouTube si trovano video di vari coach motivazionali uomini che a noi donne spiegano come essere più sensuale, bella, attraente.

Ho capito quanto è triste questa cosa che alla donna del 21. secolo un uomo deve insegnare come essere più donna.

Ovviamente per come ci desiderano loro. Personalmente mi sono sentita poco sensuale leggendo il nome del video.

Mi si è presentata automaticamente la domanda: “Perché? Cosa non va con la mia sensualità?

Ascoltando i consigli che danno alcuni di loro ho trovato frasi come “vivi la vita!”

Ora mi chiedo cosa significa vivi la vita per una persona centrifugata con una vita dove per viverla decentemente dovrebbe dividersi almeno in 3 se stesse.

Se non ha più il controllo di niente e si sente dire “vivi la vita” si sentirà anche presa in giro. No?

Io mi sono sentita presa in giro.

Una donna assalita dai livelli di stress creato da vita frenetica mentre sta cercando di soddisfare tutti i bisogni della sua famiglia insieme agli impegni di lavoro non sa da dove cominciare a “vivere la vita”.

È facile dare i consigli così scontati.

Tutte sappiamo che la vita va vissuta ma quando siamo legate da quello che ci circonda cosa dobbiamo effettivamente fare per vivere la nostra vita?

È come quella storia quando ci dicevano che dobbiamo volerci bene.

Grazie del consiglio ma credo che nenache tu che me lo dici non lo sai come si fà!

Io personalmente mi ritaglio un po’ di tempo libero che dedico a me stessa.

Per mostrarmi amore mi dedico del tempo.

Per sentirmi viva, dedico il tempo al fuoco delle mie passioni che porto da anni dentro di me.

Quelle che sembrano un vulcano con la lava rossa bollente e che se tenuta dentro mi brucia proprio perché non cerco di esternare tutti i desideri.

Le passioni che nessuna pioggia della vita non è riuscita a spegnere.

Non importa quanto tempo vuoi o puoi dedicare a te e alle tue passioni.

Possono essere 5 minuti, 2 ore o mezza giornata.

Importante è che faccio qualche cosa che mi faccia sentire in linea con i miei desideri. Che lo faccio perché lo voglio fare io, anche se ho gente contraria intorno a me.

A volte può essere un uscita con le amiche, andare a fare la passeggiata, iscriversi in palestra, leggere un libro, imparare qualcosa di nuovo, avviare un profilo su instagram per promuovere i prodotti che facciamo per hobby, ricominciare a cantare, dipingere, scrivere o fotografare.

Ricordatevi cosa sognavate da bambine?

Si, proprio quello per cui vi hanno detto che non è un vero lavoro e che ve lo dovete togliere dalla testa.

Che progetti facevate per il vostro futuro?

Come vi immaginate da grande?

Tutto questo vi può essere d’aiuto per cominciare passo dopo passo a vivere la vita.

Potete andare in un centro estetico o semplicemente farvi una bagno profumato e rilassante a casa.
Importante è che facciamo qualcosa che ci fà sentire bene e libere di scegliere cosa fare. (Anche se avete la cucina in disordine.)

In realtà è meglio sistemare prima la casa e poi dedicarci a quello che ci piace ma c’è un problema:

  • Primo, noi abbiamo la mente sempre pieno di idee e sono sicura che vi farebbe trovare altri impegni dopo che avete sistemato la casa. Lo capisco! Non è mai abbastanza sistemata la casa. Si può sempre fare di più.
  • E la seconda motivazione è: questa scelta vi mostrerà che non morirà nessuno se i piatti aspettano 1-2 ore per essere lavati.

Per me la libertà è stata sempre al primo posto.

Quando cominciate a dedicarvi regolarmente del tempo allora aumentando la vostra energia positiva avrete più autostima e soprattutto la mia preferita autoconsapevolezza.

Allora sarete in grado di organizzarvi senza sensi di colpa per il tempo che vi ritagliate.

Sistemerete prima la casa e poi vi dedicherete completamente alla vostra vita e ai vostri sogni.

In ogni momento qualsiasi cosa succeda la cosa più importante me per me è il pensiero tutto succede per il mio bene. E anche se io in questo momento non lo sò piú avanti saprò anche il perché adesso vivo quella determinata situazione.

Care donne, se siete d’accordo o lasciate la vostra esperienza della ricerca di se stesse.

Se non siete d’accordo scrivetemi qual’è il vostro punto di vista?

Grazie di cuore

Katica

NONNO, LE FAVOLE E MILIARDI DI STELLE

Photo: Ractapopulous

Lui era un uomo di altri tempi. Nato nel 1909 ha vissuto in ottime condizioni fisiche e mentali per 86 anni.

Vivevamo in una casetta sulla montagna con la vista mare.

Nelle serate estive nonno invitava a me e ad Ana di sedersi accanto a lui sulla panchina di cemento.

Riesco a ricordare ancora il cemento caldo che aveva assorbito il calore del sole estivo durante la giornata.

Nonno cominciava a raccontare le favole. Le stesse favole che venivano raccontate a lui quasi un secolo prima.

Niente cappuccetto rosso, la Cenerentola e compagnia bella.

Noi siamo cresciute con le favole divertenti e con tante risate insieme al nonno mentre le raccontava.

Non ci ha parlato mai di questo famoso principe azzurro che viene a salvare la poverina di turno.

Finito di raccontare le favole, ci faceva alzare lo sguardo facendoci capire quanta meraviglia si trovava sopra le nostre teste.

C’erano miliardi di stelle che facevano a gara di chi è la piú bella e luminosa.

Sentivamo nonno mentre a voce alta si chiedeva chi sa quante sono e quanto sono distanti.

Poi ci spiegava che quei puntini in movimento erano gli aerei e altri puntini erano i satelliti.

86 anni e ogni giorno guardava le stelle meravigliato come se fosse stato il primo giorno.

I momenti più belli erano quando si vedevano le stelle cadenti.

In montagna si vedono molte più stelle rispetto a qualsiasi altro posto dove sono stata fino ad ora.

La Luna si rispecchiava bellissima e dorata in mezzo al mare davanti a noi.

Era magico ogni secondo passato seduti li.

Nonno raccontava le avventure della sua vita. Aveva vissuto tantissime cose e ricordava anche i nomi delle persone incontrate 50, 60 anni prima. (Cosa che io non ricordo neanche dopo pochi anni.) 😂

Amavo ascoltare i suoi racconti. Ha vissuto il periodo di 3 guerre delle quali due erano mondiali e una era quella un po’ più recente in Croazia.

Nella sua memoria c’erano tantissime storie da raccontare ed il bello è che non ripeteva quasi mai la stessa.

Era interessante sia quello che diceva ma anche come lo diceva.

Ti faceva restare con il fiato sospeso mentre aspettavi il seguito del raconto.

Avrebbe dovuto scrivere i libri per lasciare le sue testimonianze alle future generazioni.

Leggeva i giornali senza occhiali.

A 86 anni!

Correva come un giovanotto.

A volte andava a trovare i suoi amici e bevevano un può di vino in compagnia.

Io aprofittavo della sua assenza per andare a guardare nel suo armadio.

Non mi era permesso farlo probabilmente perché nonno aveva i soldi dentro e quindi non era un posto indicato per giocare.

Sull’anta c’era una chiave tonda.

Giravo la chiave e aprivo il mondo delle meraviglie.

Non mi incuriosivano i dollari, lire, marchi, dinari e bellissimi vestiti ma tutti gli oggetti che appartenevano alla vita di nonno e papà quando io ancora non ero nata.

Fotografie! Quante fotografie! Cassette e vecchi dischi. Macchine fotografiche che amavo alla follia.

E vicino all’armadio c’era una valigetta che aperta diventava stereo con cassette, registratore audio, microfoni.

Musica!

Era una delle cose che mancava in casa nostra.

Piccolo stereo in uso a batterie sapeva dire soltanto le notizie e poi si spengeva. Era uno stereo triste.

Invece questo a valigetta sapeva fare molte più cose.

Io e mia sorella abbiamo imparato tutte le canzoni dalle cassette a memoria.

Nonno non amava queste cose.

Per lui era uno spreco di batterie.

Quando avevo 10 anni finalmente è arrivata la corrente elettrica a casa e papà aveva già comprato in anticipo il televisore.

A parte le notizie nonno guardava i documentari sulla natura e animali.

Quante volte quando venivano le zie, sue figlie, dall’Italia preferivo restare con loro ad ascoltarli.

Purtroppo mi allontanavano dicendo di andare a giocare con mia sorella ed i cugini.

Io invece mi divertivo ascoltare in silenzio. Non li interompevo. Volevo solo conoscere il mondo dipinto dalle loro parole.

Cercavo di immaginare cosa mi aspetta quando un giorno andrò via da casa come gli uccellini quando si chiedono come sarà il mondo fuori da quel nido.

Adoravo mio mio nonno ma avevo anche paura quando alzava la voce.

Era un uomo che sapeva cosa voleva. In ogni momento.

Non l’ho mai visto con un dubbio. Era sicuro di sé e sicuramente era diverso da altri vecchietti del paese.

Quando andava in città sembrava uscire da un catalogo elegante di Armani. Giuro!
Scarpe e la borsa erano tirare a lucido ed il tailleur così bello ed elegante. I capelli bianchi e foltissimi tirati tutti in su.

Era proprio un nonno figo.
Cercava la perfezione in tutto. I parametri della perfezione li decideva lui, ovviamente!

Non erano ammessi errori.

Lui c’è la metteva tutta per far crescere me e mia sorella al meglio che poteva.

Nonno mi ha dato il meglio di se stesso.

Tutto quello che ho vissuto era un puzzle che ha dipinto la mia esistenza.

I puzzle non sono sempre belli e luminosi.

A volte ci sono tantissimi pezzetti scuri e sembrano insignificanti ma ognuno ha il senso quando lo guardiamo dopo averlo posizionato al posto suo.

Sono grata a mio nonno per ogni parola, ogni favola, ogni volta che ha alzato la voce, ogni pranzo che mi ha cucinato, ogni volta che mi ha protetto.

Grazie nonno per avermi dedicato gli ultimi 14 anni della tua vita.

Se anche tu hai bei racconti di truo nonno lasciami un commento.

Grazie di cuore

Katica

ASCOLTAMI QUANDO NON PARLO

[La mia esperienza con il mutismo selettivo]

Photo: Archivio personale

Sono sempre stata molto legata a mia sorella. Lei è più piccola di circa un anno.
Tutte le altre persone l’ho aggiunte successivamente nella mia lista di persone con le quali posso parlare.

La mia famiglia era composta da mia sorella Ana, mamma, papà e nonno.

Durante i primi anni dell’infanzia papà accompagnava spesso mamma all’ospedale psichiatrico. I medici la trattenevano sempre almeno qualche giorno o anche settimana.

Ricordo una volta in particolare.

Quella volta ero convinta che fosse la prima ma poi ho trovato un documento che mi faceva capire che tutte le altre volte ero

troppo piccola per ricordare.

Quella volta mamma e papà sono usciti molto presto. Probabilmente verso le 5 del mattino.
Non avevamo una macchina e quindi sono andati a prendere il bus.

La giornata non me la ricordo per niente. Immagino sia passata giocando con Ana come tante altre volte.

Invece, nel pomeriggio avevamo cominciato a guardare la strada. Sempre più spesso.

Dalla nostra casa sulla montagna vedevamo benissimo la strada giù al mare. E potevamo vedere anche il pullman.

Ogni secondo che si avvicinava verso la sera, sembrava sempre più lungo.
L’ansia e la paura nei nostri cuoricini erano indescrivibili.

Nonno guardava la strada, noi due guardavamo la strada.
Povero nonno probabilmente era in ansia anche lui. Non sapeva cosa dirci, come proteggerci da quella sofferenza.

Non sapevamo cosa è successo, per quale motivo mamma e papà non sono ancora tornati.

Si era fatto buio e dovevamo andare a dormire. Nonno ha acceso la candela sul comodino e noi siamo entrate a letto con due cuori pesanti come se fossero fatti di piombo.

Ricordo che guardavo la candela e pensavo alle parole di mamma: “Non ti avvicinare altrimenti ti bruci!”
Giusto per farti capire, mia mamma potrebbe tranquillamente avere Ansia come secondo nome.

In quel istante avevo paura che nonno si fosse dimenticato di venire a spegnerla.
E quella volta ho immaginato per la prima volta un evento brutto che poteva succedere al quale da bambina non dovevo neanche pensare.

Avevo paura che la candela potesse bruciare tutta la camera. Per fortuna più tardi nonno è venuto a vedere se ci siamo coperte e l’ha spenta.
La camera si è riempita di ombre, del odore della candela spenta e di tanta tantissima ansia e sensazione di abbandono.

Mi sono sentita sola al mondo.

Adesso se potessi tornerei indietro, mi metterei in ginocchio vicino a quel letto e abbracciando le due piccole bimbe susurrerei: “Va tutto bene! Va tutto bene!”

Quella sera sul letto di mamma e papà c’erano queste due bambine di circa 3-4 o 5 anni che sembravano due angeli biondi ai quali il destino crudele aveva appena tagliato le ali.

Siamo andate a dormire senza mamma e senza papà.

Dopo qualche giorno mamma è tornata a casa ma siccome aveva spesso attacchi di panico, paura di morire e ansie di vario genere papà la riportava in ospedale.
Sembrava pericolosa per se stessa e cercava di allontanare me e mia sorella quando sentiva un attacco in arrivo.

Questi erano i primi anni della mia vita. Io, Ana e nonno eravamo sempre insieme.
Mama e papà no, perché mamma restava in ospedale e papà tornava a lavoro.

Ricordo una volta quando sono caduta in giardino. Sono atterrata sulle ginocchia e per qualche secondo ho provato un dolore indescrivibile e non riuscivo neanche ad alzarmi.

In quel momento ho sentito il desiderio di piangere chiamando la mamma come fanno tutti i bambini.
Subito dopo ho pensato: ” È inutile, che la chiamo a fare. Mamma non verrà!”

Quando eravamo tutti insieme il mio mondo erano loro. Tutto quello che avevo erano loro. Tutto quello che conoscevo erano loro.

I rari momenti quando si allargava questo mondo erano i mesi estivi quando venivano a trovarci i nostri parenti italiani.

Io ero timida. Evitavo lo sguardo e spesso sentendomi spaesata davanti a loro mi mettevo a piangere.
La stessa cosa è successa in fotografia mentre zio cercava di fotografarmi.

Arrivata a 5 anni ricordo un pomeriggio quando mia mamma piangeva.

La vicina di casa le diceva di non preoccuparsi perché tutti i bambini prima o poi andranno in asilo e poi a scuola.
Giorno dopo mi hanno lasciata con una signora e una decina di bambini. Tutti sconosciuti! Mai visto prima nessuno di loro.
Non riuscivo a parlare. Non volevo stare lì con loro.
Volevo tornare a casa.

Volevo stare con la mia famiglia anche se non era perfetta.

Volevo chiacchierare e giocare come sempre con mia sorella.
Ho pianto. Era un incubo restare lì.

Quando sono venuti a prendermi ho cominciato a piangere di nuovo. A mio papà ho detto che mi ero dimenticata il mio asciugamanino piccolo e lui mi ha risposto che l’abbiamo portato lì apposta perché mi servirà anche domani.
E così ho capito che dovevo tornare in quel posto pieno di bambini e giocattoli tra i quali mi sentivo spaesata.

Dovevo stare lì ma dentro di me sentivo solo il desiderio di tornare a casa.
Per soffrire di meno mi sono “spenta“, “annullata” in quelle ore.

L’unica cosa per la quale cercavo attenzione era quando dovevo andare in bagno.
Come facevo?
Ovviamente non a parole.
Cominciavo a piangere in silenzio.

Qualche bambino notava le mie lacrime e lo comunicava alla maestra.

In quel momento cominciavano le domande: “Hai fame?”, “Ti fa male qualcosa?” e io facevo il segno di no solo con la testa.
Poi quando chiedevano: ” Devi andare al bagno?” annuivo sempre con la testa e la maestra diceva a una bambina del gruppo di accompagnarmi.

Tornavo a casa e recuperavo le mie chiacchiere.

Dopo due anni di asilo è arrivato il momento di andare a scuola.

Tutti speravano in un improvviso cambiamento ma io ormai avevo l’identità di quella che non parla, quella timida.

La timidezza era come un etichetta che portavo incollata addosso.

In pausa per la merenda andavo a mangiare in sala pranzo con tutti i miei compagni di classe.

Dopo loro andavano tutti a giocare fuori. Io no.

Avevo scelto l’angolo di muri proprio davanti alla porta della mia classe.

Mi attaccavo con la schiena al muro e aspettavo li.

Si, aspettavo proprio lì. Tutti i giorni.

Passavano i professori e io stavo li. Mi sentivo invisibile ai loro occhi. Lo so che sembra incredibile ma è un ricordo che mi fà venire le lacrime agli occhi.

Il primo giorno di scuola era anche l’ultimo giorno di vita con mia mamma.

Quel giorno è stata portata in ospedale e uscendo da lì l’hanno trasferita dai miei nonni.

Amavo le giornate estive quando papà invitava me e Ana di prepararci e ci portava a lavoro.

Lavorava sulla manutenzione di un bellissimo hotel in spiaggia.
Ci portava con lui, ci offriva il suo pranzo e ci faceva divertire tra gli ascensori, parco giochi e la spiaggia.

Spesso i suoi colleghi ci facevano delle domande. Una di quelle più odiose era: “Avete trovato il fidanzatino?”
Noi non rispondevamo e quando non rispondi ti dicono: “Che il gatto ti ha mangiato la lingua?” e mio papà rispodeva: “Sono timide!”

Ma io parlavo con il mio silenzio e mi arrabbiavo quando mi presentava come timida.

Mi faceva sentire peggio.

Mia sorella rispondeva qualche volta. Lei parlava anche a scuola ma alle domande imbarazzanti non rispondeva.

Sono riuscita ad arrivare a metà del anno scolastico senza dire una parola.

Per andare al bagno aspettavo le pause ma a volte era anche un problema alzarmi, attirare attenzione di tutti e camminare fino al bagno. Ero ibernizzata ma dentro di me “bolliva” solo il desiderio di tornare a casa.

Una volta siamo stati portati a giocare lontano da scuola.

Io stavo in disparte come sempre e dovevo fare la pipì.

Ricordo ancora il liquido caldo che mi scende lungo le gambe e bagnando i miei pantaloni verdi di velluto fa vedere a tutti cosa mi è successo.

Purtroppo i professori hanno saputo solo farmi ritornare in cassetta così bagnata. Non mi hanno accompagnato a casa.

Dopo un po’ di tempo il professore è andato in malattia e la professoressa che lo sostituiva ha suggerito a mio papà di portarmi da suo marito che era il medico di famiglia.

Papà mi ha portato da lui ma non ricordo altro.
Suppongo che avranno dato la “colpa” alla nostra situazione in famiglia e che non si poteva fare altro. Dovevamo solo attendere che poi con il tempo mi passerà questa cosa.
Dopo la visita non è cambiato niente.

Qualche mese dopo il mio maestro è tornato e per lui era incredibile la storia di mio papà che gli raccontava della figlia chiacchierona.

Un giorno mio papà ha tirato fuori lo stereo, microfoni e una cassetta e ha chiesto a me e ad Ana di registrare le nostre poesie e cose simili.
Per noi era un bellissimo gioco.
Mia sorella era più spigliata ma ci siamo divertiti tutti e tre.
Poi mio papà mi ha detto di leggere un testo dal mio libro di scuola.
Uno di quelli che i miei compagni di classe dovevano leggere a voce alta davanti a tutti per far valutare al professore se hanno imparato bene la lettura.

Così il professore ha capito che effettivamente parlavo. Non c’era niente che non andava con me.

Un giorno si è rotto le scatole del mio silenzio e mi ha chiesto di leggere un testo.

Io non riuscivo. Non volevo. Io ero quella che non parlava.

Lui aveva deciso di rompere questo silenzio. Urlava. Non ricordo cosa. Ricordo solo le urla e le mie lacrime.
Piangevo così tanto per la paura che mi ha messo.

Ancora oggi non sopporto urla perché mi ricordano il pericolo di quando mamma perdeva la testa urlando.

Suppongo che l’ansia di parlare in quel momento era superata dalla paura di vedere questo professore rosso in faccia con una voce che si sentiva anche fuori dalla scuola.

Piangendo, singhiozzando, senza neanche vedere le lettere sulla pagina avevo cominciato a leggere. Davanti a tutti.

Non è una favola ne illusione dove da quel momento va tutto bene. Ci sono stati alti e bassi ma almeno avevo cominciato a rispondere alle domande anche alle persone alle quali non avrei mai cominciato a parlare per prima.

Non parlavo se non mi si faceva una domanda.

Purtroppo molte generazioni hanno scoperto il mutismo selettivo troppo tardi.

Quando ormai erano grandi.
Quando ormai ogni giorno era un battaglia tra quello che sentivamo dentro e quello che si aspettava la società da noi.

No, non eravamo uguali agli altri bambini.

Ma questo non significa che non avevamo niente da dare o dire al mondo. Anzi!

Le parole nascoste dentro di noi spesso vengono espresse sui fogli di quaderni, con i colori sulle tele e altri modi simili.

Arte è la modalità preferita di esprimerci anche in età adulta.

Grazie di aver letto questo racconto perché tutti noi abbiamo le nostre storie e tutti abbiamo parti di noi che vogliamo condividere con il mondo.

Ovviamente quando sentiamo che sia arrivato il momento giusto.

Non forzare a nessuno di fare qualcosa che pensi che dovrebbe.

Lo fara se e quando si sentirà sicuro vicino a te.
Credi in lui perché suo mondo interiore è ricco di possibilità come il tuo.

Quando ho capito che era il mutismo selettivo quello che mi ha frenato da piccola, ho pianto. Era un pianto di gioia. Da quel momento mi sono sentita liberata dalla gabbia di muttismo selettivo.

Lasciami un commento se anche tu hai avuto il contatto con il mutismo selettivo. Con tutto il cuore voglio leggere la tua esperienza.

Grazie di cuore

Katica

“NON C’È PASSIONE NEL VIVERE IN PICCOLO, NEL PROGETTARE UNA VITA CHE È INFERIORE ALLA VITA CHE POTRESTI VIVERE.” – Nelson Mandela

Photoshop: Pixers.it

NON SI PUÒ ASPETTARE UN MIRACOLO SENZA CAPIRE DOVE VOGLIAMO ANDARE

Io sono il miglior esempio di persona che ha provato a vivere a lungo nella stessa “boccia” (vedi foto).

E per fortuna, ho provato a fare i salti e vedere come si vive in un altro posto*.

(Il posto* può anche indicare il cambio di prospettiva, apertura mentale, ecc.

Non indica per forza l’invito al trasferimento.)

Sono sempre stata timida con chi incontravo la prima volta e ho avuto mille ansie in testa che mi bloccavano. Ci sono state anche le mie passioni che mi hanno fatto andare sempre più avanti e a vivere la vita.

Le passioni sono la caratteristica più vera che conosco di me.

Le paure sono finte e costruite da chi o cosa mi circondava, invece le passioni vengono dal profondo. Dall’anima.

Le passioni sono mie.

Sono uno specchio dove mi posso vedere.

Li mi vedo davvero bella, positiva e fortunata.

Le passioni mi hanno sempre spinto in avanti.

Mi hanno liberato la strada quando la trovavo bloccata.

Le passioni erano la mia luce quando sembrava che la vita fosse un tunnel buio.

Ho la fortuna di amare l’arte.

Amo la fotografia, pittura, animali, natura, lettura, scrittura e naturalmente amo i viaggi e l’Italia.

(Amo anche la Croazia perchè è lì che sono nata ma quando ero piccolina ho deciso che volevo vivere in Italia. E ovviamente ho realizzato questo sogno.)

Cosa significano per me queste passioni?

  • Quando fotografo, si ferma il tempo e anche se vedo un soggetto in basso potrei anche sdraiarmi per terra senza problemi. Mi sento portata dalla passione per ogni raggio di luce che inquadra la mia macchina fotografica.

Amo osservare le fotografie, soprattutto quelle di altri tempi.

Guardandole parto per un bel viaggio nel passato.

  • Amo ammirare i lavori di alcuni pittori famosi e non. In modo particolare adoro perdermi osservando dipinti l’astratti.

Non ho mai provato a dipingere ma siccome ho una bella curiosità, un giorno vedremo a cosa darò vita sulle mie tele.

  • Amo animali e in modo particolare amo i miei 9 gatti e gattini.

Ad alcuni io e il mio compagno abbiamo salvato la vita e ora sono i nostri 9 gioiellini più importanti.

Quando siamo tutti insieme a casa ci coccoliamo, giochiamo o semplicemente dormiamo tutti insieme. 😍

Quando è possibile ci fa piacere aiutare anche altri gatti. Quelli che non hanno avuto la fortuna di trovare ancora una loro casetta.

  • Quasi ogni settimana anche in inverno io e mio compagno passiamo il tempo a passeggiare sul mare.

D’estate il mare è bello ma è in inverno che diventa anche molto romantico.

  • Per quanto riguarda la lettura posso solo dire che amo così tanto leggere che ogni libro, sia nuovo che preso in prestito alla biblioteca, me lo godo annusando il suo profumo. 📖😜

In realtà amo leggere i libri dai quali posso imparare a conoscere meglio il mondo e ovviamente me stessa.

Da quel giorno che ho capito che ci deve essere molto di più di quello che sto vivendo sono in continua ricerca di modi di crescere, conoscere e migliorare la mia vita.

  • Cosa potrei dire riguardo alla scrittura? Ecco anche in questo momento stò scrivendo.

Quando ero bambina rubavo i fogli ai miei cugini, prendevo in prestito la penna e scrivevo.

Cosa?

Poesie, idee, progetti, addirittura anche non conoscendolo ho scritto un business plan.

Pianificavo i viaggi.

Immaginavo.

Visualizzavo il mio futuro e scrivevo tutto.

  • Passione per Italy? Ho scritto di amare Italia e questo potrebbe contenere pagine e pagine di motivazioni.

Per abbreviare posso solo dire che probabilmente ho vissuto tutte le mie vite passate in Italia. 😍

Una volta per spiegare quanta passione nutro per l’Italia dicevo:

“Amo l’Italia così tanto che trovo romantico anche il traffico quando piove!”😂

(Nel frattempo non sono più così tanto convinta di questa cosa).

E poi mentalmente mi trovo molto più simile al popolo Italiano che quello Croato.

Tutti abbiamo passioni ma non tutti le considerano delle benedizioni.

In tutta la vita mi hanno aiutato sempre a tirarmi fuori da ogni problema, dandomi il coraggio e indicandomi la strada giusta.

Non si può aspettare un miracolo senza capire e definire cosa ci piace e dove vogliamo arrivare.

E quando ho fatto questo credevo fortemente di riuscire a realizzare la vita come la volevo io e non come mi voleva vedere qualcun altro.

E non credere che non ci sono stati quelli che mi dicevano: “Non farlo, è impossibile!”

Per questo posso dire che non ho rimpianti.

Sono fiera del mio desiderio di saltare in un altra boccia perché era lì che mi portavano le mie passioni, come a quel pesciolino in foto.

Grazie di cuore

Katica

“PREOCCUPATI DI QUELLO CHE GLI ALTRI PENSANO E SARAI SEMPRE IL LORO PRIGIONIERO.” – Lao Tzu

Photo: Kaboompics .com

Sono passati quasi 30 anni da quando ho avuto la prima volta il desiderio di scrivere il libro.
Ero ancora una bambina che non conosceva il mondo.

Praticamente non avevo neanche la TV in casa.

Non c’era la corrente elettrica e le mie lampadine sul comodino profumavano di cera colata.

Dalla mia casa sulla montagna guardavo il mare e una strada statale che passava a destra e a sinistra. Era l’Adriatica croata.

Ricordo quando con mia sorella pensavamo che questo probabilmente indicasse i quattro confini della Terra con il resto dell’universo.

Davanti a noi c’era il mare. Alle nostre spalle credevamo finisse dietro le montagne.

E quello che ci incuriosiva di più era quando ci chiedevamo come sarebbe prendere la strada a destra o quella a sinistra e percorrerla fino in fondo, alla fine della Terra. Hm!

O come dicevamo noi, fino al confine con il resto del universo.

Immaginavamo una fine dietro alla quale si cadeva direttamente nel vuoto. Come se la Terra fosse piatta.

Questo era il periodo quando avevo già cominciato a sognare di scrivere il libro e di vivere libera dagli legami di lavoro o peggio quelli di matrimonio.

Quindi niente posto fisso, contratto a tempo indeterminato e cose simili.

Crescendo ho cominciato a chiedermi cosa potrei dire io al mondo. Volevo dare il mio contributo slla Terra.

Avevo cominciato a scoprire e leggere storie di scrittori che hanno vissuto bruttissima infanzia e da grandi hanno raggiunto il successo.

Pensavo che anche io potevo prendere quella strada.

Anzi ero già a metà perché anche la mia vita assomiglia a un dipinto pieno di ombre scure.

A questo punto potevo quasi essere a metà strada dato che mi mancava solo il riscatto dalle ombre quando raggiungerò il successo.

In realtà crescendo ho preferito ascoltare il mio cuore e nel frattempo dedicarmi alla lettura.

Ho imparato a testare esperienze di persone che avevano già raggiunto il successo.

Così ho percorso nuove strade, ho acceso la luce e ho scoperto che veramente anch’io posso scrivere un libro.

Peccato che prima volevo diventare perfetta e aspettavo il momento perfetto per scrivere il libro perfetto come dicevo anche nell’ultimo articolo. Qui!

In realtà immagino che avrei messo la maschera di chi volevo diventare e scrivere come si vive bene la vita da perfetti.

Esistono tantissimi libri di questo genere. Persone che raccontano storie mai vissute per cercare la compassione di qualche lettore che acquisterà il libro.

Quella però non sarebbe stata la mia storia. Non avrei dato me stessa in quel racconto.
Avrei rinnegato ogni giorno vissuto nella mia vita. Aspettando la perfezione avrei soltanto confermato a me stessa che ancora non mi andavo bene.

Mi sarei detta che non raggiungerò mai quella vetta che mi sono prefissata.

Invece sono qui, adesso. Oggi sono perfetta proprio così come sono.

È stata una grandissima scoperta che la valutazione della perfezione la misuravo con lo sguardo delle persone intorno a me.

Quella frase:” Cosa dirà la gente?” mi ha frenato tutta la vita.
Ogni decisione che prendevo veniva filtrata con: “Cosa dirà la gente?”.

In realtà non erano gli altri a frenare la realizzazione di miei sogni ma io, da sola.

Nessuno ti può fare del male quanto riesci a farlo da solo.

È un po’ come quando in un film c’è una ragazza troppo ingenua che crede che la stronza di turno fosse sua amica.

Quella sua amica sono stata io con me stessa. I pensieri e discorsi che cercavano di rovinare ogni amore, festa, viaggio, amicizia, lavoro.

Ogni santa volta quella mia amica immaginaria doveva dire la sua.

E la sua era sempre:

“Attenta!”, “Non ti fidare!”,

“È inutile, non diventerai mai brava a lavoro!”,

“È meglio che resti a casa!”, “Ti puoi impegnare quanto ti pare ma non sarai mai bella e brava come loro!”…

Sono sempre stata molto vulnerabile. Bastava poco per smontare anche il desiderio di vivere in me.

Una piccola critica per me significava giorni, settimane o mesi di sofferenza. Alcune frasi risuonano ancora oggi come l’eco nella mia testa.

Il messaggio che ricevevo era “Sei completamente sbagliata!” e “Non vali!”

Credevo di non valere nulla. Credevo di non meritare neanche un secondo di attenzione da parte della gente. Non avrei mai disturbato qualcuno per chiedergli anche solo un informazione.

Quando viaggiavo da sola non ho mai chiesto indicazioni nella città dove passeggiando a volte capitava di perdermi. Io non meritavo il loro tempo.

Mi guardavo intorno e mi sentivo ancora più strana. Nessuno sembrava avere i miei stessi problemi. Solo io. Significava che probabilmente non ero normale, pensavo convinta di questa cosa.

Neanche mia sorella che è un anno più piccola all’epoca non mi sembrava vulnerabile. Pensavo fosse una malattia solo mia.

Nella società che ci insegna di nascondere le proprie emozioni ho creato ancora più sofferenza cercando di nascondere la vulnerabilità, le lacrime e i miei bisogni di amore.

Mi vergognavo di me stessa. Odiavo il fatto di sentirmi diversa.
Alcuni compagni di scuola mi prendevano in giro. Ricordo ancora il dolore di quelle ferite. Quanto può far male una frase detta da un bambino a un altro bambino. E tornando a casa non avevo nessuno a chi raccontarlo.

Nessuno che avrebbe potuto capirmi.

Non c’era nessuno che mi avrebbe protetto da quelle lacrime.
Negli anni 80 e 90 i professori e maestri delle scuole si rendevano conto che ero una bambina con bisogno di aiuto.

La maggior parte di loro conosceva la mia situazione in famiglia ma probabilmente non sapevano cosa fare.

A volte mi sembravo invisibile anche per loro. Tutto il mio comportamento silenzioso, timido e chiuso urlava bisogno di essere vista e aiutata e il mondo continuava la propria corsa sfiorandomi qualche volta per caso.

Ti voglio ringraziare per avermi dato la possibilità di condividere con te un pezzo della mia vita.

Continua a seguirmi e se ti è piaciuto questo articolo dimmelo con un bel like.

Grazie di cuore

Katica