NONNO, LE FAVOLE E MILIARDI DI STELLE

Photo: Ractapopulous

Lui era un uomo di altri tempi. Nato nel 1909 ha vissuto in ottime condizioni fisiche e mentali per 86 anni.

Vivevamo in una casetta sulla montagna con la vista mare.

Nelle serate estive nonno invitava a me e ad Ana di sedersi accanto a lui sulla panchina di cemento.

Riesco a ricordare ancora il cemento caldo che aveva assorbito il calore del sole estivo durante la giornata.

Nonno cominciava a raccontare le favole. Le stesse favole che venivano raccontate a lui quasi un secolo prima.

Niente cappuccetto rosso, la Cenerentola e compagnia bella.

Noi siamo cresciute con le favole divertenti e con tante risate insieme al nonno mentre le raccontava.

Non ci ha parlato mai di questo famoso principe azzurro che viene a salvare la poverina di turno.

Finito di raccontare le favole, ci faceva alzare lo sguardo facendoci capire quanta meraviglia si trovava sopra le nostre teste.

C’erano miliardi di stelle che facevano a gara di chi è la piú bella e luminosa.

Sentivamo nonno mentre a voce alta si chiedeva chi sa quante sono e quanto sono distanti.

Poi ci spiegava che quei puntini in movimento erano gli aerei e altri puntini erano i satelliti.

86 anni e ogni giorno guardava le stelle meravigliato come se fosse stato il primo giorno.

I momenti più belli erano quando si vedevano le stelle cadenti.

In montagna si vedono molte più stelle rispetto a qualsiasi altro posto dove sono stata fino ad ora.

La Luna si rispecchiava bellissima e dorata in mezzo al mare davanti a noi.

Era magico ogni secondo passato seduti li.

Nonno raccontava le avventure della sua vita. Aveva vissuto tantissime cose e ricordava anche i nomi delle persone incontrate 50, 60 anni prima. (Cosa che io non ricordo neanche dopo pochi anni.) 😂

Amavo ascoltare i suoi racconti. Ha vissuto il periodo di 3 guerre delle quali due erano mondiali e una era quella un po’ più recente in Croazia.

Nella sua memoria c’erano tantissime storie da raccontare ed il bello è che non ripeteva quasi mai la stessa.

Era interessante sia quello che diceva ma anche come lo diceva.

Ti faceva restare con il fiato sospeso mentre aspettavi il seguito del raconto.

Avrebbe dovuto scrivere i libri per lasciare le sue testimonianze alle future generazioni.

Leggeva i giornali senza occhiali.

A 86 anni!

Correva come un giovanotto.

A volte andava a trovare i suoi amici e bevevano un può di vino in compagnia.

Io aprofittavo della sua assenza per andare a guardare nel suo armadio.

Non mi era permesso farlo probabilmente perché nonno aveva i soldi dentro e quindi non era un posto indicato per giocare.

Sull’anta c’era una chiave tonda.

Giravo la chiave e aprivo il mondo delle meraviglie.

Non mi incuriosivano i dollari, lire, marchi, dinari e bellissimi vestiti ma tutti gli oggetti che appartenevano alla vita di nonno e papà quando io ancora non ero nata.

Fotografie! Quante fotografie! Cassette e vecchi dischi. Macchine fotografiche che amavo alla follia.

E vicino all’armadio c’era una valigetta che aperta diventava stereo con cassette, registratore audio, microfoni.

Musica!

Era una delle cose che mancava in casa nostra.

Piccolo stereo in uso a batterie sapeva dire soltanto le notizie e poi si spengeva. Era uno stereo triste.

Invece questo a valigetta sapeva fare molte più cose.

Io e mia sorella abbiamo imparato tutte le canzoni dalle cassette a memoria.

Nonno non amava queste cose.

Per lui era uno spreco di batterie.

Quando avevo 10 anni finalmente è arrivata la corrente elettrica a casa e papà aveva già comprato in anticipo il televisore.

A parte le notizie nonno guardava i documentari sulla natura e animali.

Quante volte quando venivano le zie, sue figlie, dall’Italia preferivo restare con loro ad ascoltarli.

Purtroppo mi allontanavano dicendo di andare a giocare con mia sorella ed i cugini.

Io invece mi divertivo ascoltare in silenzio. Non li interompevo. Volevo solo conoscere il mondo dipinto dalle loro parole.

Cercavo di immaginare cosa mi aspetta quando un giorno andrò via da casa come gli uccellini quando si chiedono come sarà il mondo fuori da quel nido.

Adoravo mio mio nonno ma avevo anche paura quando alzava la voce.

Era un uomo che sapeva cosa voleva. In ogni momento.

Non l’ho mai visto con un dubbio. Era sicuro di sé e sicuramente era diverso da altri vecchietti del paese.

Quando andava in città sembrava uscire da un catalogo elegante di Armani. Giuro!
Scarpe e la borsa erano tirare a lucido ed il tailleur così bello ed elegante. I capelli bianchi e foltissimi tirati tutti in su.

Era proprio un nonno figo.
Cercava la perfezione in tutto. I parametri della perfezione li decideva lui, ovviamente!

Non erano ammessi errori.

Lui c’è la metteva tutta per far crescere me e mia sorella al meglio che poteva.

Nonno mi ha dato il meglio di se stesso.

Tutto quello che ho vissuto era un puzzle che ha dipinto la mia esistenza.

I puzzle non sono sempre belli e luminosi.

A volte ci sono tantissimi pezzetti scuri e sembrano insignificanti ma ognuno ha il senso quando lo guardiamo dopo averlo posizionato al posto suo.

Sono grata a mio nonno per ogni parola, ogni favola, ogni volta che ha alzato la voce, ogni pranzo che mi ha cucinato, ogni volta che mi ha protetto.

Grazie nonno per avermi dedicato gli ultimi 14 anni della tua vita.

Se anche tu hai bei racconti di truo nonno lasciami un commento.

Grazie di cuore

Katica

ASCOLTAMI QUANDO NON PARLO

[La mia esperienza con il mutismo selettivo]

Photo: Archivio personale

Sono sempre stata molto legata a mia sorella. Lei è più piccola di circa un anno.
Tutte le altre persone l’ho aggiunte successivamente nella mia lista di persone con le quali posso parlare.

La mia famiglia era composta da mia sorella Ana, mamma, papà e nonno.

Durante i primi anni dell’infanzia papà accompagnava spesso mamma all’ospedale psichiatrico. I medici la trattenevano sempre almeno qualche giorno o anche settimana.

Ricordo una volta in particolare.

Quella volta ero convinta che fosse la prima ma poi ho trovato un documento che mi faceva capire che tutte le altre volte ero

troppo piccola per ricordare.

Quella volta mamma e papà sono usciti molto presto. Probabilmente verso le 5 del mattino.
Non avevamo una macchina e quindi sono andati a prendere il bus.

La giornata non me la ricordo per niente. Immagino sia passata giocando con Ana come tante altre volte.

Invece, nel pomeriggio avevamo cominciato a guardare la strada. Sempre più spesso.

Dalla nostra casa sulla montagna vedevamo benissimo la strada giù al mare. E potevamo vedere anche il pullman.

Ogni secondo che si avvicinava verso la sera, sembrava sempre più lungo.
L’ansia e la paura nei nostri cuoricini erano indescrivibili.

Nonno guardava la strada, noi due guardavamo la strada.
Povero nonno probabilmente era in ansia anche lui. Non sapeva cosa dirci, come proteggerci da quella sofferenza.

Non sapevamo cosa è successo, per quale motivo mamma e papà non sono ancora tornati.

Si era fatto buio e dovevamo andare a dormire. Nonno ha acceso la candela sul comodino e noi siamo entrate a letto con due cuori pesanti come se fossero fatti di piombo.

Ricordo che guardavo la candela e pensavo alle parole di mamma: “Non ti avvicinare altrimenti ti bruci!”
Giusto per farti capire, mia mamma potrebbe tranquillamente avere Ansia come secondo nome.

In quel istante avevo paura che nonno si fosse dimenticato di venire a spegnerla.
E quella volta ho immaginato per la prima volta un evento brutto che poteva succedere al quale da bambina non dovevo neanche pensare.

Avevo paura che la candela potesse bruciare tutta la camera. Per fortuna più tardi nonno è venuto a vedere se ci siamo coperte e l’ha spenta.
La camera si è riempita di ombre, del odore della candela spenta e di tanta tantissima ansia e sensazione di abbandono.

Mi sono sentita sola al mondo.

Adesso se potessi tornerei indietro, mi metterei in ginocchio vicino a quel letto e abbracciando le due piccole bimbe susurrerei: “Va tutto bene! Va tutto bene!”

Quella sera sul letto di mamma e papà c’erano queste due bambine di circa 3-4 o 5 anni che sembravano due angeli biondi ai quali il destino crudele aveva appena tagliato le ali.

Siamo andate a dormire senza mamma e senza papà.

Dopo qualche giorno mamma è tornata a casa ma siccome aveva spesso attacchi di panico, paura di morire e ansie di vario genere papà la riportava in ospedale.
Sembrava pericolosa per se stessa e cercava di allontanare me e mia sorella quando sentiva un attacco in arrivo.

Questi erano i primi anni della mia vita. Io, Ana e nonno eravamo sempre insieme.
Mama e papà no, perché mamma restava in ospedale e papà tornava a lavoro.

Ricordo una volta quando sono caduta in giardino. Sono atterrata sulle ginocchia e per qualche secondo ho provato un dolore indescrivibile e non riuscivo neanche ad alzarmi.

In quel momento ho sentito il desiderio di piangere chiamando la mamma come fanno tutti i bambini.
Subito dopo ho pensato: ” È inutile, che la chiamo a fare. Mamma non verrà!”

Quando eravamo tutti insieme il mio mondo erano loro. Tutto quello che avevo erano loro. Tutto quello che conoscevo erano loro.

I rari momenti quando si allargava questo mondo erano i mesi estivi quando venivano a trovarci i nostri parenti italiani.

Io ero timida. Evitavo lo sguardo e spesso sentendomi spaesata davanti a loro mi mettevo a piangere.
La stessa cosa è successa in fotografia mentre zio cercava di fotografarmi.

Arrivata a 5 anni ricordo un pomeriggio quando mia mamma piangeva.

La vicina di casa le diceva di non preoccuparsi perché tutti i bambini prima o poi andranno in asilo e poi a scuola.
Giorno dopo mi hanno lasciata con una signora e una decina di bambini. Tutti sconosciuti! Mai visto prima nessuno di loro.
Non riuscivo a parlare. Non volevo stare lì con loro.
Volevo tornare a casa.

Volevo stare con la mia famiglia anche se non era perfetta.

Volevo chiacchierare e giocare come sempre con mia sorella.
Ho pianto. Era un incubo restare lì.

Quando sono venuti a prendermi ho cominciato a piangere di nuovo. A mio papà ho detto che mi ero dimenticata il mio asciugamanino piccolo e lui mi ha risposto che l’abbiamo portato lì apposta perché mi servirà anche domani.
E così ho capito che dovevo tornare in quel posto pieno di bambini e giocattoli tra i quali mi sentivo spaesata.

Dovevo stare lì ma dentro di me sentivo solo il desiderio di tornare a casa.
Per soffrire di meno mi sono “spenta“, “annullata” in quelle ore.

L’unica cosa per la quale cercavo attenzione era quando dovevo andare in bagno.
Come facevo?
Ovviamente non a parole.
Cominciavo a piangere in silenzio.

Qualche bambino notava le mie lacrime e lo comunicava alla maestra.

In quel momento cominciavano le domande: “Hai fame?”, “Ti fa male qualcosa?” e io facevo il segno di no solo con la testa.
Poi quando chiedevano: ” Devi andare al bagno?” annuivo sempre con la testa e la maestra diceva a una bambina del gruppo di accompagnarmi.

Tornavo a casa e recuperavo le mie chiacchiere.

Dopo due anni di asilo è arrivato il momento di andare a scuola.

Tutti speravano in un improvviso cambiamento ma io ormai avevo l’identità di quella che non parla, quella timida.

La timidezza era come un etichetta che portavo incollata addosso.

In pausa per la merenda andavo a mangiare in sala pranzo con tutti i miei compagni di classe.

Dopo loro andavano tutti a giocare fuori. Io no.

Avevo scelto l’angolo di muri proprio davanti alla porta della mia classe.

Mi attaccavo con la schiena al muro e aspettavo li.

Si, aspettavo proprio lì. Tutti i giorni.

Passavano i professori e io stavo li. Mi sentivo invisibile ai loro occhi. Lo so che sembra incredibile ma è un ricordo che mi fà venire le lacrime agli occhi.

Il primo giorno di scuola era anche l’ultimo giorno di vita con mia mamma.

Quel giorno è stata portata in ospedale e uscendo da lì l’hanno trasferita dai miei nonni.

Amavo le giornate estive quando papà invitava me e Ana di prepararci e ci portava a lavoro.

Lavorava sulla manutenzione di un bellissimo hotel in spiaggia.
Ci portava con lui, ci offriva il suo pranzo e ci faceva divertire tra gli ascensori, parco giochi e la spiaggia.

Spesso i suoi colleghi ci facevano delle domande. Una di quelle più odiose era: “Avete trovato il fidanzatino?”
Noi non rispondevamo e quando non rispondi ti dicono: “Che il gatto ti ha mangiato la lingua?” e mio papà rispodeva: “Sono timide!”

Ma io parlavo con il mio silenzio e mi arrabbiavo quando mi presentava come timida.

Mi faceva sentire peggio.

Mia sorella rispondeva qualche volta. Lei parlava anche a scuola ma alle domande imbarazzanti non rispondeva.

Sono riuscita ad arrivare a metà del anno scolastico senza dire una parola.

Per andare al bagno aspettavo le pause ma a volte era anche un problema alzarmi, attirare attenzione di tutti e camminare fino al bagno. Ero ibernizzata ma dentro di me “bolliva” solo il desiderio di tornare a casa.

Una volta siamo stati portati a giocare lontano da scuola.

Io stavo in disparte come sempre e dovevo fare la pipì.

Ricordo ancora il liquido caldo che mi scende lungo le gambe e bagnando i miei pantaloni verdi di velluto fa vedere a tutti cosa mi è successo.

Purtroppo i professori hanno saputo solo farmi ritornare in cassetta così bagnata. Non mi hanno accompagnato a casa.

Dopo un po’ di tempo il professore è andato in malattia e la professoressa che lo sostituiva ha suggerito a mio papà di portarmi da suo marito che era il medico di famiglia.

Papà mi ha portato da lui ma non ricordo altro.
Suppongo che avranno dato la “colpa” alla nostra situazione in famiglia e che non si poteva fare altro. Dovevamo solo attendere che poi con il tempo mi passerà questa cosa.
Dopo la visita non è cambiato niente.

Qualche mese dopo il mio maestro è tornato e per lui era incredibile la storia di mio papà che gli raccontava della figlia chiacchierona.

Un giorno mio papà ha tirato fuori lo stereo, microfoni e una cassetta e ha chiesto a me e ad Ana di registrare le nostre poesie e cose simili.
Per noi era un bellissimo gioco.
Mia sorella era più spigliata ma ci siamo divertiti tutti e tre.
Poi mio papà mi ha detto di leggere un testo dal mio libro di scuola.
Uno di quelli che i miei compagni di classe dovevano leggere a voce alta davanti a tutti per far valutare al professore se hanno imparato bene la lettura.

Così il professore ha capito che effettivamente parlavo. Non c’era niente che non andava con me.

Un giorno si è rotto le scatole del mio silenzio e mi ha chiesto di leggere un testo.

Io non riuscivo. Non volevo. Io ero quella che non parlava.

Lui aveva deciso di rompere questo silenzio. Urlava. Non ricordo cosa. Ricordo solo le urla e le mie lacrime.
Piangevo così tanto per la paura che mi ha messo.

Ancora oggi non sopporto urla perché mi ricordano il pericolo di quando mamma perdeva la testa urlando.

Suppongo che l’ansia di parlare in quel momento era superata dalla paura di vedere questo professore rosso in faccia con una voce che si sentiva anche fuori dalla scuola.

Piangendo, singhiozzando, senza neanche vedere le lettere sulla pagina avevo cominciato a leggere. Davanti a tutti.

Non è una favola ne illusione dove da quel momento va tutto bene. Ci sono stati alti e bassi ma almeno avevo cominciato a rispondere alle domande anche alle persone alle quali non avrei mai cominciato a parlare per prima.

Non parlavo se non mi si faceva una domanda.

Purtroppo molte generazioni hanno scoperto il mutismo selettivo troppo tardi.

Quando ormai erano grandi.
Quando ormai ogni giorno era un battaglia tra quello che sentivamo dentro e quello che si aspettava la società da noi.

No, non eravamo uguali agli altri bambini.

Ma questo non significa che non avevamo niente da dare o dire al mondo. Anzi!

Le parole nascoste dentro di noi spesso vengono espresse sui fogli di quaderni, con i colori sulle tele e altri modi simili.

Arte è la modalità preferita di esprimerci anche in età adulta.

Grazie di aver letto questo racconto perché tutti noi abbiamo le nostre storie e tutti abbiamo parti di noi che vogliamo condividere con il mondo.

Ovviamente quando sentiamo che sia arrivato il momento giusto.

Non forzare a nessuno di fare qualcosa che pensi che dovrebbe.

Lo fara se e quando si sentirà sicuro vicino a te.
Credi in lui perché suo mondo interiore è ricco di possibilità come il tuo.

Quando ho capito che era il mutismo selettivo quello che mi ha frenato da piccola, ho pianto. Era un pianto di gioia. Da quel momento mi sono sentita liberata dalla gabbia di muttismo selettivo.

Lasciami un commento se anche tu hai avuto il contatto con il mutismo selettivo. Con tutto il cuore voglio leggere la tua esperienza.

Grazie di cuore

Katica